NFT: cosa sono e perché possono interessare il mondo enogastronomico

NFT: cosa sono e perché possono interessare il mondo enogastronomico

L’NFT È UN CERTIFICATO DI AUTENTICITÀ DIGITALE GARANTITO TRAMITE BLOCKCHAIN, CHE HA DATO NUOVO VALORE A MEDIA E OPERE DIGITALI, ALIMENTANDO UN MERCATO IN GRANDE CRESCITA, SOPRATTUTTO NEL MONDO DELL’ARTE. QUALCUNO PROVA A UTILIZZARE LO STRUMENTO ANCHE IN AMBITO ENOGASTRONOMICO.

Cosa sono gli NFT

NFT è l’acronimo di Non Fungible Tokens: unità di valore digitali non fungibili, per dirlo in italiano, navigando a vista al cospetto di un’invenzione poco sconosciuta ai più, ma che rapidamente sta facendo proseliti. Basti pensare che nel 2020 il mercato degli NFT ha maturato un giro d’affari complessivo di 250 milioni di dollari, quadruplicando il suo valore rispetto all’anno precedente. Più di recente, l’endorsement di personalità influenti come Elon Musk, patron di Tesla, e Jack Dorsey, ceo di Twitter, ha fatto il resto. Tutti ne parlano, ma di cosa si tratta? All’origine di questo trend tecnologico c’è la possibilità di certificare tramite blockchain dei media digitali, che si tratti di musica o video, foto, testi, persino GIF, opere di digital art: una volta acquistatone l’NFT, i diritti del media in questione apparterranno a chi ne detiene la proprietà, anche se l’“oggetto” continuerà a circolare liberamente in rete. Acquistare un NFT, dunque, corrisponde ad acquistare la certificazione di autenticità di un media o di un’opera digitale, che grazie alle informazioni tracciate e garantite dalla blockchain acquisisce stessi diritti e qualità di una creazione o di un’opera fisica. Così, anche per i contenuti che circolano in rete, si inizia a ragionare di parametri come autenticità, rarità, proprietà. E l’NFT – che è trasferibile, ma non interscambiabile, come potrebbe essere un Bitcoin – esplicita e sdogana il concetto di opera/oggetto digitale da collezione.

Dal mondo dell’arte a quello enogastronomico?

È infatti soprattutto nel mondo dell’arte che il fenomeno si è affermato, raccogliendo l’eredità della Crypto Art: in questo ambito, l’Nft è di fatto un certificato elettronico con un codice criptato e la firma dell’artista che attesta l’unicità e la proprietà dell’opera, favorendo scambi di mercato che non richiedono figure di mediazione (gallerie, notai, certificatori di autenticità, etc.). Il caso più eclatante è rappresentato dal file Jpeg firmato dall’artista Beeple, che lo scorso 11 marzo Chrstie’s ha battuto all’asta per oltre 69 milioni di dollari, pagati con la criptomoneta Ethereum. Ma la pandemia, intensificando le relazioni digitali, ha finito per favorire l’accelerazione della tendenza, che oggi inizia a interessare diversi ambiti, incluso quello del food&beverage, seppur ancora timidamente, aspettando di capire se il fenomeno si rivelerà solo una crypto-bolla. Nasce in questo contesto la collaborazione tra lo street artist Teo KayKay e il fondatore della piattaforma Instagram TopChampagne Andrea Silvello. L’idea è quella di creare la prima collezione di champagne customizzati, abbinando a sei bottiglie l’NFT realizzato dall’artista, che ritrae la bottiglia fisica: ogni acquirente riceverà fisicamente la bottiglia e digitalmente la card associata. Ogni card (come ogni bottiglia) è un pezzo unico. “Oltre a customizzare la bottiglia, l’abbiamo anche digitalizzata, certificandone l’autenticità con la blockchain”, spiegano i fautori dell’iniziativa.

Le grandi catene del food e gli NFT

Nel mondo, già qualche altro grande attore dell’industria della ristorazione ha fatto il primo passo: proprio di recente, la catena di fast food Taco Bell ha annunciato su Twitter la vendita di Gif e immagini a tema taco caricati sulla piattaforma NFT Rarible, subito andate a ruba. Il ricavato delle vendite sarà utilizzato con finalità sociali dalla Taco Bell Foundation, e nel frattempo il gruppo già pensa di “produrre” nuovi token. Interesse analogo da parte di Pringles, che in questo modo ha già venduto 50 tubi virtuali CryptoCrisp “al sapore di NFT”, firmati dall’artista Vasya Kolotusha (che incassa tutti i ricavi). Dunque possono le aziende del food monetizzare il fenomeno degli NFT? Se lo chiede Chris Albrecht su The Spoon: “Può sembrare strano che atti materiali come mangiare e bere possano avere un controparte digitale di qualche valore” sostiene l’autore “Eppure gli NFT legati al cibo potrebbero rivelarsi un ottimo sistema per amplificare l’autorevolezza di un marchio”, la sua riconoscibilità e il suo valore. Come? Un grande chef, per esempio, potrebbe vendere le sue ricette NFT in edizione limitata, e lo stesso potrebbe accadere con gli scatti di un food photographer. Sempre su Rarible, un giovane chef americano ha pensato addirittura di vendere una cena virtuale certificata NFT: un pasto da tre portate che esistono solo in quanto opere d’arte digitale, dunque come performance video ispirata a una sitcom anni Ottanta. Chi la acquista può dichiararne la proprietà, e goderne ogni volta che vorrà. In Canada, intanto, anche il distaccamento nazionale della catena Pizza Hut si è lasciato tentare dalla NFT mania, e ogni settimana propone agli amanti del brand una nuova immagine a tema pizza, da acquistare su Rarible in ETH. Ma anche il mondo del vino ragiona sullo strumento: Grap è un esperimento piuttosto articolato di Crypto Wine, avviato nel 2020, che si avvale anche dello strumento NFT. Chi sarà il prossimo a scommettere sul trend?

Fonte: gamberorosso.it
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